VECCHI RAGAZZI, di Elda Torres: un romanzo plurale

          

Vecchi Ragazzi, di Elda Torres: un romanzo plurale (manni)       

       

Ho letto il libro in pochissimo tempo, non riuscivo a smettere. È pieno di emozioni, di intensità, ma anche riflessivo. Ha una scrittura che incanta e cattura.

Un romanzo sul matrimonio, intimo e commovente. Nella prima parte la storia d’amore tra Gioia e Max, entrambi professori, lei anche scrittrice. Si conoscono negli anni 70 e tra loro è un colpo di fulmine. Come tutti gli amori la loro relazione ha anche differenze e conflitti. Gioia è una ragazza del ’68 che cerca di realizzarsi nel lavoro. Non si accontenta di essere moglie e madre, e innanzi tutto vuole restare fedele a se stessa, alla sua vocazione di scrittrice. Per lei le difficoltà in questo ambito sono molteplici: i rifiuti da parte degli editori; un tipo che vorrebbe diventare il suo mentore tenta di stuprarla; la competitività del marito perché anche lui vorrebbe scrivere un romanzo ma non ci riesce. Le vicissitudini sono tante.

Accanto al tema di fondo della loro relazione si sviluppano altre tematiche: le complicazioni per i due protagonisti e i loro figli dovute alla separazione cui segue un divorzio; i periodi difficili quando entrambi si trovano senza lavoro e vivono fasi di precariato; le problematiche legate alla condizione di una giovane donna degli anni 70, quando le madri, depositarie dei vecchi valori, si opponevano alla ricerca di libertà delle figlie.

Il quadro storico si perfeziona e si approfondisce nella seconda parte ove protagonista è la generazione del ’68, che ha ottenuto a costo di grandi lotte molte conquiste sociali ma poi con la fase del terrorismo la situazione è precipitata nella tragedia degli anni di piombo. La vicenda diventa collettiva e politica con molti personaggi. Ognuno di loro viene narrato in diversi momenti della vita. C’è la borghese figlia di un avvocato missino che sposa la causa del terrorismo di sinistra, c’è l’eroinomane, c’è il seguace di Osho, c’è il giovane fuggito dalla Grecia dei colonnelli. In trent’anni i diversi destini si intrecciano con la vita della protagonista. I fili delle varie vite vengono ripresi più volte sino alla conclusione della seconda parte.

 Nella terza parte le vicende riguardano la vita dei genitori e dei nonni di Gioia. E qui si torna ancora più indietro agli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale. Ognuno dei personaggi in un modo o nell’altro resta vittima della dittatura e del conflitto, ciascuno con la sua storia personale in mezzo agli eventi della storia collettiva. L’ultima parte della narrazione riguarda l’inchiesta del commissario Saltalaquaglia che risolve il caso del femminicidio con cui si apre il libro. Qui la sua tenacia ha la meglio sulle mille difficoltà legate al fatto che ormai erano passati anni da quando era stato ritrovato il corpo.

La conclusione, pur in mezzo alle tragedie narrate personali e collettive, dà comunque un segno di speranza: la vecchia casa abbandonata dei nonni rivive e diventa il luogo dove tutta la famiglia si riunisce, le terre sarà un bisnipote, figlio del fratello di Gioia, a farle rifiorire.

Tanti gli stimoli e gli elementi di riflessione che il romanzo fornisce, sarebbe troppo lungo parlarne a fondo. In ogni modo la scrittrice ricostruisce una storia familiare fornendo nello stesso tempo il clima di varie epoche del 900, arrivando a toccare l’attacco alle due torri newyorkesi nel 2001 e i cambiamenti sociali avvenuti in un un’Italia dove nei decenni si avvicendano aspettative e delusioni, conquiste e regressioni.

La storia di Gioia mi ha toccato, mi sono ritrovata in molte delle sue esperienze ed emozioni belle e brutte. Un libro che mi ha fatto molto pensare. Mi ha aiutato e mi ha arricchito perché ho capito di me stessa cose che non avevo ancora messo bene a fuoco. Ogni tanto lo riprendo e ne rileggo delle parti. Lo consiglio vivamente a tutte e a tutti.

Di Catherine Louy

                                                                                                      

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