Intervista allo scrittore Sergej Roić

Intervista allo scrittore Sergej Roić

Sergej Roić, svizzero di origine croata, è una delle penne del Corriere Del Ticino e un attivo e affermato romanziere in lingua italiana. Molti suoi lavori sono stati tradotti in più lingue: dopo i primi romanzi pubblicati con l’editore Zandonai, per l’ditore Mimesis ha pubblicato Vorrei Che Tu Fossi Qui – Wish Yoy Were Here (2017), Solaris – Parte Seconda (2020) e il recente Ferita – Giovanna D’Arco 1971. Scrittore che parte dall’esempio di Borges e Nabokov e attinge in larga parte alle sue esperienze personali e al bagaglio culturale retaggio degli studi umanistici all’università di Zagabria,Roić conduce i lettori in trame complesse e dense di riflessioni filosofiche, per tracciare un profilo completo del nostro tempo e della storia più recente.

Novità In Libreria l’ha intervistato.

Sergej Roić

Come è nata l’idea di Feríta – Giovanna D’Arco 1971?

Studiando la filmografia del regista russo Andrej Tarkovskij scoprii che il regista avrebbe voluto scrivere la sceneggiatura e poi girare un film dal titolo “Giovanna d’Arco, anno 1970”, progetto che poi fallì: ho deciso, quindi,  di scrivere un romanzo in cui si parla di un film che un regista, Martin Aleksandrovic Belogradski (che ha qualche somiglianza con Tarkovskij), avrebbe potuto girare a partire da quella sceneggiatura su Giovanna D’Arco, in realtà mai scritta, focalizzandomi anche sulle vicende del Sessantotto parigino.

Quanto c’è di te e delle tue esperienze personali nei personaggi e nelle vicende dei tuoi libri?

Ogni scrittore attinge anche alle vicende personali, ma spesso, col passare degli anni, queste vicende si mimetizzano nei libri che vengono scritti: nel caso del mio ultimo libro, il personaggio di Georges Aubry attinge in parte alla mia storia personale, Irene/Giovanna è una mia vecchia fiamma, Martin Aleksandovic Belogradski, il regista, assomiglia a Tarkovskij ma potrebbe essere anche Jodorowsky o Eisenstein, mentre il filosofo Eric Ferita prende spunto dal decostruzionista francese Jacques Derrida.

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Da due decenni circa curo una rubrica di libri per il Corriere del Ticino e sono in contatto con i lettori dei libri che propongo e anche con i miei lettori: il mio ultimo libro è stato letto e analizzato da un’équipe di scrittori svizzeri e il risultato finale  ne è stato influenzato.

Quando e perché hai deciso di diventare uno scrittore?

Mio padre era un medico umanista e grande lettore, mia madre è stata insegnante di filosofia e, assieme a mia sorella, traduttrice in serbo-croato della “Scienza nuova” di Giambattista Vico: sono nato in una famiglia la cui biblioteca contava settemila libri e a 15 anni, mentre nella cucina di casa mia madre e mia sorella traducevano Vico, aiutate dal padre latinista e grecista, l’italofono ero io e da lì nacque l’idea che la famiglia aveva bisogno di uno scrittore e che quello scrittore avrei potuto essere io.

E’ facile conciliare l’attività di scrittore con la vita di tutti i giorni?

Sì, quando si hanno delle buone idee e quando si scrive, non importa se velocemente o lentamente ma se mancano idee e non si scrive, beh, anche la vita di tutti i giorni può diventare un inferno.

Che tipo di lettore sei?

Leggo davvero di tutto ma prediligo i libri che catturano il lettore al punto da lottare per e insieme ai protagonisti, tipo il conte Miskin di Dostoevskij o i personaggi perseguitati di Patricia Highsmith, o ancora Lord Jim e il giovane capitano di Linea D’Ombra di Conrad.

Come sei arrivato alla pubblicazione del tuo libro?

Dopo aver pubblicato un paio di libri di racconti in Svizzera per cui ho preso anche dei premi, per una decina d’anni sono stato lo slavista dell’editore trentino Zandonai presso cui ho pubblicato anche due romanzi: per caso ho conosciuto uno dei fondatori della casa editrice Mimesis di Milano e gli ho spedito il manoscritto di Vorrei Che Tu Fossi Qui e dopo alcuni mesi mi ha chiamato a Milano per propormi l’edizione. Ho accettato, naturalmente e  poi ho proseguito con Mimesis con grande soddisfazione.

Come valuti l’influenza e l’importanza delle reti sociali e della tecnologia per uno scrittore indipendente o comunque che pubblica al di fuori dei colossi dell’editoria?

Le reti sociali e internet sono molto importanti, se non fondamentali, per rendere noti libri ben scritti ma che non beneficiano del battage pubblicitario dell’editoria cosiddetta “grande”.

Puoi farci qualche esempio basato sulla tua esperienza?

 Faccio parte della giuria di tre premi letterari italiani per i quali, oltre ai libri che scelgo e che mi arrivano per la mia rubrica letteraria, leggo romanzi di cui non conosco ma poi scopro nomi di bravissimi scrittori;  da un paio d’anni ho inaugurato, con una webtv svizzera, Chiassotv, anche delle interviste online a scrittori che poi vengono diffuse su youtube e, a mio parere, la spontanea fruizione della narrativa consigliata da gente del mestiere, non necessariamente i “grandi” di cui sopra, è il miglior modo di avvicinarsi a libri e autori di valore ingrandendo di molto il proprio target letterario.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sto scrivendo un nuovo romanzo, si intitolerà Flash ed è qualcosa che potrebbe andare oltre il bel Tasmania di Giordano, in un gioco combinatorio tra un viaggio agli antipodi, una partita a carte rivelatoria del futuro e un pianeta nella costellazione del Sagittario.

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