Intervista ad Alfredo Vassalluzzo, autore di Gargoyle

Intervista ad Alfredo Vassalluzzo, autore di Gargoyle

Alfredo Vassalluzzo è l’autore di  Gargoyle (Sensibili Alle Foglie edizioni, 2026), romanzo autobiografico nel quale racconta la sua esperienza di insegnante all’interno di un istituto penitenziario.

Lo abbiamo intervistato per voi.

Alfredo Vassalluzzo

Qual è l’idea alla base del tuo libro?

All’inizio non avevo affatto pensato di scrivere un libro ma ho iniziato ad annotare episodi, incontri, impressioni e mi sono accorto che quelle storie, messe una accanto all’altra, raccontavano qualcosa che andava oltre la mia esperienza personale: sapevo, però,  che non volevo scrivere un documentario sul carcere, né un resoconto della mia esperienza, volevo avesse un’impronta narrativa, perché un romanzo non è obbligato a raccontare ciò che è accaduto, ma può cercare di restituire ciò che quell’esperienza ha significato.

Quale obiettivo ti sei posto, scrivendolo?

Mi interessava mostrare il carcere da un punto di osservazione insolito: quello di un insegnante, perché la  scuola, lì dentro, crea una sorta di spazio sospeso e per qualche ora chi entra in classe non è più soltanto un detenuto, ma torna a essere uno studente, qualcuno che legge, discute, si arrabbia per un voto, fa una battuta, immagina un futuro. È da questa contraddizione che è nato Gargoyle: dal desiderio di raccontare le persone prima ancora del carcere.

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Ci sono, quindi, molti elementi autobiografici?

Sì, perché uno scrittore può inventare fatti, luoghi e personaggi, ma difficilmente potrà inventare completamente il proprio sguardo. Quello finisce inevitabilmente dentro ciò che scrive. In Gargoyle il legame è evidente, perché il libro nasce da un’esperienza realmente vissuta.

Qual è la tua idea di scrittura?

La scrittura non è una trascrizione della realtà: la smonta, la ricompone, a volte la falsifica, per arrivare a qualcosa che possa essere più vero del semplice resoconto dei fatti. Quando un libro viene pubblicato smette di appartenere al suo autore e ogni lettore ne costruisce una propria versione, coglie aspetti ai quali magari chi ha scritto non aveva attribuito particolare importanza, oppure interpreta un personaggio in maniera completamente diversa.

Qual è, allora,  il tuo rapporto con i tuoi lettori?

È un rapporto che considero molto importante, soprattutto perché la lettura è un’esperienza estremamente intima: non credo che lo scrittore debba spiegare al lettore che cosa avrebbe dovuto capire ma se una pagina permette interpretazioni diverse, per me è spesso un buon segno. Il lettore non deve essere accompagnato per mano: deve potersi appropriare del libro.

Quando e perché hai deciso di diventare uno scrittore?

In realtà, non l’ho deciso: ho sempre sentito la necessità di scrivere per mettere ordine nei pensieri e, poi, di affidare lo scritto a uno sconosciuto: così sono diventato scrittore,  accettando che qualcuno entri nelle tue parole e le interpreti liberamente.

Quali sono i tuoi modelli letterari?

  Amo gli autori capaci di osservare l’essere umano senza semplificarlo, soprattutto quando riescono a raccontarne contemporaneamente la grandezza, le contraddizioni e persino il ridicolo: Pirandello, Svevo, Camilleri, Dostoevskij.

Probabilmente più che uno stile preciso cerco nei libri uno sguardo: quella capacità rara di farmi vedere qualcosa che conoscevo già, ma che fino a quel momento non avevo mai guardato davvero.

È facile conciliare l’attività di scrittore con la vita di tutti i giorni?

 La fase creativa fa parte della mia vita per cui mi viene naturale; revisionare, invece, richiede tempo e disponibilità mentale che non sempre è disponibile come vorrei.

Che tipo di lettore sei?

Abbastanza irregolare e poco disciplinato, che si appassiona a un autore e legge diversi suoi libri consecutivamente, oppure abbandona un romanzo dopo cinquanta pagine senza particolari sensi di colpa: mi interessa sempre meno sapere semplicemente “come va a finire”, cerco soprattutto una voce, uno stile, un modo particolare di osservare il mondo.

Come sei arrivato alla pubblicazione del tuo libro?

Gargoyle è stato pubblicato da Sensibili alle Foglie, una casa editrice che ha una storia molto particolare e una forte attenzione verso le esperienze legate al carcere, alle istituzioni e alle realtà sociali spesso osservate soltanto dall’esterno. Per questo ho pensato che potesse essere l’interlocutore naturale per un libro di questo tipo, senza alcuna contaminazione politica.

Come valuti l’influenza e l’importanza delle reti sociali e della tecnologia per uno scrittore indipendente o comunque che pubblica al di fuori dei colossi dell’editoria?

Inevitabile. Un autore pubblicato da una casa editrice medio-piccola non può pensare che il proprio lavoro termini con la consegna del manoscritto, si deve occupare, in parte anche della promozione: reti sociali e piattaforme rappresentano una straordinaria opportunità, perché permettono di raggiungere lettori che altrimenti sarebbe molto difficile incontrare, ma penso che  il problema non sia più soltanto riuscire a essere visibili, ma capire che cosa valga davvero la pena rendere visibile. Preferisco pensare ai canali sociali come a luoghi nei quali condividere idee, letture e riflessioni, non semplicemente come a vetrine nelle quali ripetere continuamente: “ho scritto un libro”.

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