Abbiamo Intervistato Alfredo Nepi, in occasione dell’uscita del suo romanzo Il caffè del lunedì

Abbiamo Intervistato Alfredo Nepi, in occasione dell’uscita del suo romanzo Il caffè del lunedì

Alfredo Nepi

Incontriamo oggi Alfredo Nepi, esordiente autore de Il Caffè Del Lunedì (Giovane Holden Edizioni, 2025) un romanzo che esplora l’universo dei sentimenti al tempo dell’amore virtuale, nel quale storie di esistenze deluse e coscienze intorpidite vengono alla luce, seppur alla luce di un monitor.

Come è nata l’idea alla base del tuo romanzo?

 Dall’osservazione dell’elegante solitudine che si nasconde dietro gli schermi dei computer o dei cellulari negli appuntamenti programmati; ho visto uomini e donne che avevano costruito vite impeccabili, ma che in fondo si sentivano vuoti, mariti che recitavano, padri presenti per dovere e volevo dare un rituale a questa ricerca: ho scelto il lunedì, il giorno più opaco, in cui ricomincia il copione e il caffè, una cosa veloce, quasi rubata, prima di tornare a essere chi devi. Flavio e Elena sono nati così, dalla necessità di raccontare la scintilla che può nascere quando si è disposti, finalmente, a perdere l’equilibrio.

Quanto c’è di te e delle tue esperienze personali nei personaggi e nelle vicende dei tuoi libri?

Tutto e niente,  come l’aria che respiri: non la vedi, ma se non ci fosse, moriresti. Io stesso ho conosciuto l’eleganza del corteggiamento e la malinconia del dopo, l’eco di ferite che tutti, a un certo punto, abbiamo sfiorato.

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Non cerco la folla, l’applauso rumoroso ma il lettore che si ferma su una frase, dove le parole si spogliano per lui, che la rilegge, che capisce il silenzio tra una parola e l’altra..

Quando e perché hai deciso di diventare uno scrittore?

Non si decide di diventare scrittori, lo si diventa per passione, perché non si può fare altrimenti. Io ho scritto perché avevo bisogno di dare forma a quelle anime sospese che vedevo ovunque: la narrazione per me  non è un passatempo ma una necessità.

Cos’è la scrittura, per te?

Un libro non è mai solo l’inchiostro sul foglio. Non è una mappa, non è un verbale, è il punto fragile, in cui la fantasia e la realtà smettono di farsi la guerra e si mescolano, prendendo un’anima. Un libro è la prova che la verità è troppo piccola per stare da sola, e che la cosa più vera, in fondo, è quella che non è mai accaduta.

Quali sono i tuoi modelli letterari?

Amo chi ha il coraggio della misura, chi non spreca una sillaba, chi sa muoversi tra sensualità e disincanto, chi rende la vulnerabilità un punto di forza. 

E’ facile conciliare l’attività di scrittore con la vita di tutti i giorni?

Non si concilia, si sacrifica. L’attività di scrittore ha bisogno di assenza, di un tempo sospeso in cui la realtà si ammorbidisce. Io rubo ore al silenzio, alla notte o ai lunedì che non sono di nessuno.

Come ti descriveresti, come lettore?

Vorace ma lento, un lettore che cerca non tanto la storia, quanto la bellezza della forma, l’eleganza dello stile.

Come sei arrivato alla pubblicazione del tuo libro?

Giovane Holden Edizioni è un editore che crede nel valore della singola voce, fuori dal frastuono dei colossi:  io ho proposto l’anima sospesa di Flavio ed Elena, e loro hanno riconosciuto una storia che aveva bisogno di essere raccontata, protetta. Una condivisione di intenti nella convinzione di dover guardare alla misura del racconto, non solo alla sua potenziale vendita.

Come valuti l’influenza e l’importanza delle reti sociali e della tecnologia per uno scrittore indipendente o comunque che pubblica al di fuori dei colossi dell’editoria?

La tecnologia è uno strumento di democrazia narrativa e,  per uno scrittore amatoriale, le reti sociali sono la finestra aperta sul mondo, un modo per scavalcare le porte chiuse dei colossi perché creano  dialogo a distanza e permettono che l’eco di una storia  torni indietro, non come un’onda di marketing, ma come una conversazione personale. 

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